I film sui supereroi ci hanno davvero stancato? (2025)
A circa due mesi dall’uscita sono arrivati i dati definitivi: “Superman” ha chiuso con circa 600 milioni di dollari al box office (ne parliamo nel dettaglio qui). Un risultato positivo, soprattutto grazie all’ottima accoglienza di pubblico e critica, ma che non basta a parlare di trionfo. Considerando i costi di produzione e marketing, stimati intorno ai 500 milioni, il film di James Gunn si assesta poco sopra la soglia del pareggio. Una vittoria a metà, che racconta molto non solo dello stato della DC, in piena fase di rilancio, ma soprattutto del genere supereroistico nel suo complesso.
Il dato che colpisce di più è però un altro: per la prima volta dal 2011, infatti, nessun cinecomic è riuscito a superare quota 700 milioni al botteghino: un campanello d’allarme per un mercato che per oltre un decennio è sembrato inarrestabile. Noi di Nerd Al Quadrato ci siamo domandati cosa stesse succedendo al genere e al mondo dei supereroi, abbiamo analizzato il fenomeno e abbiamo scritto questo articolo in merito.

La crisi al botteghino
Il 2025 ha segnato un anno spartiacque per i cinecomic, con risultati al box office che non raggiungono più le vette degli anni precedenti. Nonostante l’entusiasmo iniziale, i film hanno faticato a replicare il successo di titoli passati.
Il dato colpisce perché non si tratta solo di produzioni deboli o accolte male. In realtà, tre dei quattro titoli usciti quest’anno hanno ricevuto recensioni generalmente positive, eppure non sono riusciti a trasformare l’apprezzamento della critica e del pubblico in numeri da blockbuster. Segno che forse il problema non è tanto la qualità intrinseca delle opere, quanto un mutamento più profondo del rapporto tra lo spettatore e il genere supereroistico.
Superman
Il film di James Gunn ha segnato un punto di svolta per la DC, cercando di rilanciare il mito dell’Uomo d’Acciaio con un approccio moderno e una forte attenzione alla caratterizzazione dei personaggi. Sul piano critico e del pubblico, il risultato è stato eccellente: recensioni positive e un gradimento alto tra gli spettatori confermano che la qualità del prodotto non è in discussione (vi invitiamo a leggere la nostra recensione qui).
Al box office, però, il film si è fermato a circa 600 milioni di dollari, poco sopra la soglia di pareggio stimata intorno ai 500 milioni, considerando i costi di produzione e marketing. Tuttavia, secondo quanto rivelato da Variety, il quadro è molto più roseo: il film dovrebbe garantire alla Warner Bros. un ritorno di circa 125 milioni di dollari. A ciò si aggiunge il vantaggio dell’Ohio Motion Picture Tax Credit, che restituisce il 30% delle spese eleggibili sostenute nello stato (produzione e post-produzione), riducendo ulteriormente l’impatto dei costi. Si tratta pertanto di un risultato sufficiente a garantire un meritato sequel, come vi abbiamo riportato.
Va inoltre sottolineato che questi dati vanno interpretati nel contesto del nuovo corso del DC Universe. James Gunn e Peter Safran stanno gettando le fondamenta di una saga che, come accadde per i Marvel Studios all’inizio, ha bisogno di tempo per consolidarsi. In questo senso, il mancato superamento della soglia dei 700 milioni non rappresenta un problema: al contrario, se rapportiamo il risultato agli esordi dell’MCU, il confronto è lusinghiero. Il film ha infatti superato sul mercato domestico titoli come “Iron Man”, “Thor” e “Captain America: Il Primo Vendicatore”, anche grazie alla forte trazione che l’Uomo d’Acciaio esercita in patria, essendo il supereroe simbolo per eccellenza degli Stati Uniti.

I Fantastici Quattro: Gli Inizi
Il reboot dei Fantastici Quattro era uno dei titoli più attesi dell’MCU del 2025. La famosa famiglia supereroistica è tornata sul grande schermo con un prodotto solido, capace di unire azione, humor e una buona caratterizzazione dei personaggi. Sotto il profilo critico e del pubblico, il film non ha deluso: recensioni positive e un buon passaparola confermano che il risultato artistico è riuscito.
Eppure, al box office il film ha incassato poco più di 500 milioni di dollari, al di sotto dei circa 600 milioni necessari per coprire costi di produzione e marketing. È un caso emblematico di come, in un mercato ormai saturo di cinecomic, anche un film apprezzato non riesca automaticamente a trasformarsi in blockbuster.

Captain America: Brave New World
Il nuovo capitolo della saga di Capitan America segna una svolta importante: Sam Wilson, il Falcon, prende il mantello, o meglio lo scudo, del cap, completando una genesi iniziata nella serie “The Falcon and The Winter Soldier”.
Tuttavia, il cambio di protagonista non ha avuto la trazione sperata. Molti spettatori faticano a vedere il Wilson di Anthony Mackie come protagonista, avendolo fino ad ora percepito come un personaggio secondario. Questo, unito a un film generalmente di bassa qualità, con una sceneggiatura debole e colpi di scena anticipati – come la comparsa di Hulk Rosso già mostrata nel trailer – ha ridotto ulteriormente l’impatto della pellicola.

Thunderbolts* I Nuovi Avengers
“Thunderbolts” rappresenta probabilmente il caso più emblematico della cosiddetta superhero fatigue che sta colpendo l’MCU. Il film di Jake Schreier sui cosiddetti “Nuovi Avengers” è in realtà un prodotto di grande qualità: sperimenta con una narrazione più drammatica e intima, mettendo in luce i conflitti interiori dei personaggi, spesso più umani e vulnerabili dei supereroi tradizionali.
Eppure, al botteghino il film ha incassato soli 371 milioni, a fronte dei circa 425 necessari per recuperare l’investimento. Si tratta di uno dei peggiori risultati recenti della Marvel, peggio solo titoli come “The Marvels” e “L’incredibile Hulk”.
Questo fallimento commerciale non riflette la qualità della pellicola, ma è un segnale chiaro della stanchezza del pubblico verso i cinecomic. Dopo oltre un decennio di film e serie legate ai supereroi, gli spettatori sembrano saturi: troppi prodotti, troppi personaggi, storie spesso lasciate a metà, payoff narrativi poco gratificanti.

Un trend che parte da lontano
Il 2025 non è un caso isolato, ma l’ennesimo sintomo di un problema che affonda le sue radici già negli anni successivi a “Avengers: Endgame”. La conclusione di quella saga monumentale ha lasciato il pubblico senza i suoi punti di riferimento, e da allora la Marvel ha continuato a pubblicare un numero sempre maggiore di prodotti, tra film e serie TV, cercando di riempire il vuoto.
Il risultato è stato percorso altalenante al botteghino. Da una parte successi enormi, come “Spider-Man: No Way Home” o “Guardiani della Galassia 3”, guarda caso di James Gunn; dall’altra parte flop clamorosi – come “Morbius” e “Madame Web” della Sony – hanno contribuito a danneggiare ulteriormente l’immagine complessiva dei supereroi. L’impressione è che il pubblico sia stato bombardato da troppi prodotti, spesso di qualità discutibile, perdendo così la capacità di appassionarsi come un tempo.
Questo contesto storico aiuta a capire che i dati del 2025 non sono casuali: la crisi del box office non nasce quest’anno, ma è il frutto di un decennio di saturazione e di attese non sempre soddisfatte, che hanno lentamente eroso l’entusiasmo verso i supereroi sul grande schermo. E se è vero che la DC parrebbe in fase di ripresa dopo anni di buio, culminati con film di dubbia qualità come “The Flash” e “Aquaman 2”, lo stesso non si può dire della Marvel.

L’avvento dei servizi di streaming
Va anche considerato che, nell’ultimo decennio, le piattaforme di streaming hanno guadagnato sempre più spazio e pubblico. Lo spettatore medio – quello meno appassionato o non necessariamente fan del genere – tende oggi a rinunciare all’esperienza in sala, sapendo che nel giro di pochi mesi il film sarà disponibile online, comodamente fruibile da casa.
In questo senso, la stessa Disney ha finito per “darsi la zappa sui piedi”: il lancio di Disney+ nel 2019 è stato un successo in termini di abbonamenti e visualizzazioni, grazie all’offerta di un catalogo unico che riuniva tra gli altri brand come Star Wars, i classici Disney e naturalmente i titoli Marvel. Tuttavia, questa scelta ha anche contribuito a spostare una fetta consistente del pubblico dall’esperienza cinematografica a quella domestica, riducendo così gli incassi in sala: ogni spettatore sapeva infatti che, attendendo circa 3 o 4 mesi, avrebbe potuto ritrovare lo stesso film su Disney+ e guardarlo comodamente da casa..
A soffrirne maggiormente sono i titoli meno appariscenti, privi di quel traino mediatico che spinge la gente a uscire di casa: film come “Thunderbolts*” e “Captain America: Brave New World” hanno registrato numeri deludenti al botteghino, salvo poi ottenere risultati ottimi in streaming. Un segnale evidente che questi film non erano considerati abbastanza appetibili da giustificare il prezzo del biglietto, ma si sono rivelati comunque un valido intrattenimento per la fruizione domestica. L’eccezione resta rappresentata dai cosiddetti “film-evento” .

I film come evento
I film-evento sono titoli che non vivono della loro qualità intrinseca o di sceneggiature impeccabili, ma che si trasformano in veri e propri fenomeni culturali grazie all’hype che li precede. Il già citato “Spider-Man: No Way Home” ne è l’esempio più lampante: pur con una trama tutt’altro che inattaccabile, ha ottenuto un successo fuori scala e si è imposto come un momento quasi irripetibile nella storia recente del cinema. Mesi di speculazioni, analisi ossessive dei trailer e una vera e propria psicosi collettiva hanno portato milioni di fan, il 15 dicembre 2021, a riversarsi nelle sale per assistere al ritorno di Tobey Maguire e Andrew Garfield, due volti iconici che hanno reso l’uscita un evento globale.
Lo stesso meccanismo si è ripetuto con “Deadpool & Wolverine”, trainato sì dall’ingresso ufficiale di Deadpool nell’MCU, ma soprattutto dal ritorno di Hugh Jackman nei panni di Logan. Questi i casi più emblematici, ma basta guardare i numeri per notare come i film più performanti degli ultimi anni siano stati proprio quelli che promettevano non un capolavoro cinematografico, ma un’esperienza. Il pubblico spesso non andava in sala aspettandosi un grande film: si accontentava di un prodotto “ok” purché garantisse sorprese laterali, come il ritorno di vecchi personaggi o l’ingresso di nuovi volti tanto attesi (vedi John Krasinski nei panni di Mister Fantastic in “Doctor Strange nel Multiverso della Follia”).
Il problema è che i Marvel Studios hanno finito per affidarsi troppo a questo meccanismo. Non potendo trasformare ogni uscita in un evento epocale, si sono incastrati in una spirale difficile da gestire: tra speculazioni, cameo e promesse di “momenti irripetibili”, il pubblico ha iniziato a legarsi sempre meno alle storie e sempre più all’attesa di sorprese. Un approccio che, alla lunga, ha contribuito ad aumentare il distacco dei fan: quando l’evento non c’è, resta solo un film “normale” e ormai non basta più.

La Superhero Fatigue
Questa saturazione di contenuti, unita a flop clamorosi e risultati altalenanti, ha portato a galla quello che gli addetti ai lavori chiamano “superhero fatigue”. Non è soltanto una questione di qualità: film come “Thunderbolts” dimostrano che persino storie sui supereroi curate e originali faticano a trovare il favore del pubblico. La fatica nasce soprattutto dal continuo bombardamento di film e serie TV, spesso rilasciati in tempi ravvicinati, che hanno lasciato agli spettatori pochissimo tempo per respirare. E quando nemmeno i film-evento bastano più a nascondere le crepe — l’ultimo Doctor Strange, infatti, non ha avuto il successo sperato — diventa evidente che non si tratta di incidenti isolati, ma dei sintomi di un problema strutturale.
C’è poi un calo qualitativo evidente, sia sul piano tecnico che narrativo. Sul versante visivo, titoli come “Ant-Man and the Wasp: Quantumania” o “Thor: Love and Thunder” hanno mostrato una CGI approssimativa, ben lontana dall’impatto spettacolare che un tempo definiva il genere. Un effetto quasi inevitabile: più prodotti si mettono in cantiere, meno tempo e risorse restano per ciascuno di essi.

Ma i problemi non si fermano alla tecnica. Anche le storie hanno sofferto di scelte discutibili e dettagli dimenticati, minando quella coerenza interna che era stata uno dei punti di forza dell’MCU. Basti pensare all’enorme mano che emerge dalla Terra in “Eternals”, un evento che avrebbe dovuto cambiare il mondo intero e che invece viene ignorato quasi del tutto, se non per una citazione marginale in “She-Hulk: Attorney at Law” e una breve scena nell’ultimo Captain America.
Oppure allo stesso Brave New World, dove scopriamo che il presidente degli Stati Uniti è un Hulk senza che nessun altro eroe muova un dito: davvero plausibile in un universo condiviso? E la lista è lunga: Shang-Chi, Ercole, Eros… personaggi introdotti e poi mai ripresi.
L’impressione è che la Marvel abbia cercato di riempire a tutti i costi il vuoto lasciato dall’uscita di scena di figure centrali come Iron Man, Captain America e Vedova Nera. Una perdita che non riguarda solo i personaggi, ma anche attori di livello mondiale capaci, da soli, di portare gente al cinema. Senza di loro, lo studio ha puntato su tanti nuovi volti, dimenticando però che i precedenti non erano diventati icone dall’oggi al domani: lo erano diventati grazie a un percorso narrativo coerente, che li aveva messi al posto giusto nel momento giusto.
In definitiva, la superhero fatigue nasce proprio da questo: al pubblico non è mai stato concesso un vero momento di respiro dopo Endgame. La Marvel ha scelto la quantità alla qualità, colmando il vuoto con una moltitudine di contenuti senza costruire un nuovo legame emotivo. Il risultato è un progressivo distacco, una sorta di burnout da supereroi, dove anche davanti a film discreti o persino riusciti lo spettatore sceglie di non investire più lo stesso entusiasmo – né il proprio tempo – come accadeva solo pochi anni fa.

Considerazioni finali
Il problema dei cinecomic oggi non è più solo creativo o tecnico: è strutturale. La Marvel, in particolare, ha contribuito al problema, puntando sulla quantità, moltiplicando film e serie TV. Questo approccio ha ridotto il tempo e le risorse da dedicare a ciascun progetto e, soprattutto, non ha dato respiro agli spettatori, usciti da una saga storica come quella dell’Infinito. Per tornare a coinvolgere il pubblico, sarebbe forse meglio concentrarsi su meno progetti, favorendo così un lavoro più curato che innalzi la qualità e la coerenza narrativa, dando continuità ai film come si faceva un tempo. Non ci si può affidare ai soli film-evento: servono basi solide, non eccezioni estemporanee.
Inoltre, le serie TV, un tempo supplemento interessante, oggi rappresentano un ulteriore ostacolo: troppo lunghe, numerose e interconnesse, rendono difficile seguire la trama senza sacrificare tempo o senza dover guardare tutto ciò che esce. Non tutti possono o vogliono vedere ogni serie per capire un film, e questo frammenta l’esperienza del pubblico. Ridurre la mole di contenuti e fare scelte più mirate su cosa raccontare permetterebbe di ricreare un legame emotivo reale con gli spettatori, evitando il burnout da supereroi e riportando entusiasmo e attesa al cinema.
Insomma, il genere supereroistico non è morto, ma rischia di soffocare sotto il proprio peso. Tornare a dare priorità alla qualità, al ritmo narrativo e al rispetto del pubblico significa restituire ai cinecomic la capacità di emozionare davvero, trasformando ogni film o serie in un evento atteso e non in un obbligo da seguire.

E voi, cosa ne pensate? Avete sperimentato la Superhero Fatigue? I film sui supereroi torneranno al loro splendore? Fatecelo sapere qui sotto nei commenti!